Maxiconfisca per un rapinatore

20 ottobre 2006
Torino – Niente droga, né scommesse né bella vita, sempre respinti i corteggiamenti della criminalità organizzata. Il solitario con il kalashnikov sapeva comunque come investire i proventi delle sue rapine. La prova è agli atti dell’ interminabile fascicolo intestato a C.Pancrazio, nato a Bernalda in provincia di Matera il 25-10-1952 e dal 1970 residente alla periferia sud di Torino. Prima Nichelino, poi Cavagnolo. Il 4 ottobre, su proposta del questore di Torino, il giudice Silvana Podda ha decretato la confisca dei beni di C.P. per un valore complessivo di otto milioni e mezzo di euro: investiva nel mattone. Una cifra inedita. Un sequestro rarissimo, per tipologia. è il provvedimento che solitamente si applica ai mafiosi, ai grandi trafficanti di droga e agli usurai. Per la prima volta a Torino colpisce invece un rapinatore. «Non un rapinatore – spiega il capo della squadra Mobile, Sergio Molino – ma il maestro dei rapinatori torinesi. Il rapinatore ha fatto scuola. Preparava i colpi meticolosamente, non ha mai sparato durante le sue azioni. Possiamo dire che nel ramo è stato un vero professionista». Parlarne al passato ha un senso. E’ detenuto ad Alessandria, fine pena 2028. Nella sua vita, fra sentenze, appelli, ricorsi e nuove rapine, ha già passato in carcere ventinove anni. Gli hanno sequestrato undici appartamenti, due magazzini, un’ enoteca in via Palermo. E ancora: un negozio di materassi in via Scarlatti, un appartamento a Nichelino, tre fabbricati rurali, una Ford Mondeo, soldi, libretti, orologi, monili e la villa di Cavagnolo dove ha trascorso gli ultimi mesi di libertà. La motivazioni del provvedimento le spiega Cecilia Tartoni, dell’ ufficio di gabinetto del questore: «Misure di prevenzione patrimoniale come la confisca dei beni sono applicabili anche nei confronti di quei delinquenti che traggono sostegno dai proventi dei loro delitti, come rapine, truffe, furti e reati contro il patrimonio in genere». Secondo il Tribunale, P.C. manteneva se stesso e la sua famiglia – moglie e tre figli – con i soldi delle numerosissime rapine che gli sono state contestate. Manteneva tutti, anche dopo la separazione, con un tenore di vita considerevole. è un storia che arriva da lontano. Il fascicolo si apre il 3 marzo 1971: due colpi in banca e furto d’ auto. A quell’ epoca aveva 19 anni. La rapina più clamorosa – indagato e poi assolto – quella a un furgone portavalori svaligiato a Genova Pegli. Undici dicembre 1999: dodici minuti in tutto, nessun sparo, sei miliardi di lire il bottino. è accusato anche di rapine in Svizzera, Germania: uffici di credito, uffici postali, altri furgoni blindati. L’ ultimo faccia a faccia con gli agenti della Mobile è del 15 maggio 2002: sequestrati tre revolver nella sua villa di Cavagnolo. Ma questa non è solo una storia di guardie, ladri, inseguimenti, soldi e armi che non sparano. L’uomo è stato condannato definitivamente a 15 anni per l’ omicidio di Amedeo Damiamo, un medico dell’ Asl di Saluzzo, rimasto vittima di un agguato nel 1997. è stato ritenuto l’ intermediario fra il mandante e gli esecutori dell’ omicidio. Sempre lui, è stato chiamato in causa ma prosciolto per l’ assassinio di Giuseppe Nerbo detto Stimmy, il suo miglior amico.

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