Vallanzasca Renato-Intervista del 2006

Intervista da l’Europeo Voghera, 2 aprile 2006

Renato Vallanzasca è nato a Milano, il 4 maggio 1950: sta quindi per compiere 56 anni.
Di questi quasi 36 passati in prigione. A suo carico sono passati in giudizio quattro ergastoli, ai quali vanno aggiunti altri 260 anni di carcere.
Un carico conseguente ad un ruolino criminale impressionante: sette omicidi, tre sequestri e almeno 70 rapine, compiute nell’arco di circa 200 giorni, quelli intercorsi tra la sua prima evasione da adulto, il 25 luglio 1976, e la sua cattura, il 15 febbraio 1977.
Un curriculum che gli varrà i soprannomi di “bel René” (saranno migliaia le sue ammiratrici) e di “boss della Comasina” (la zona periferica di Milano dove lui e la sua banda diventano leggenda).
Passerà poi in rassegna tutte le carceri di sicurezza d’Italia, incontrerà il fior fiore della mala e del terrorismo (trovando il tempo di “far pace” con un suo nemico storico, Francis Turatello) e di evasioni ne tenterà ancora, una riuscita e qualcun’altra sventata.
Come quella sanguinosa da San Vittore, il 28 aprile 1980, in compagnia di terroristi di destra e di sinistra, nella quale resta ferito alla testa quando ha appena raggiunto la libertà. Invece, gli riesce a scappare da un traghetto a Genova, mentre stanno riaccompagnandolo in Sardegna, fugge da un oblò e “parte per le ferie”.
E’ il luglio 1987, e Vallanzasca passa l’estate in un albergo a Grado, prima di essere ripreso e di non riuscire più a mettere il naso fuori della galera.
In effetti, una volta lo fa, ma accompagnato dai suoi guardiani e per una visita di due ore all’amata mamma, ormai malata, l’anno scorso.
Sembra l’inizio di un percorso che lo possa condurre al lavoro esterno, alla semilibertà, o all’accoglimento della domanda di grazia, che a sorpresa ha chiesto al presidente della Repubblica, premettendo di non sapere nemmeno bene il perché, visto che forse (sono parole sue) non se la merita. Ma da allora ogni ipotesi di ulteriore beneficio non ha avuto seguito.
Da due lustri ha dichiarato ufficialmente di aver deciso di “smettere di scappare” e di aver “deposto le armi”, non rinnegando niente comunque del suo passato criminale ed assumendosene le responsabilità.
In questi ultimi anni ha scritto un libro di successo, ne sta scrivendo altri due, è diventato un esperto di informatica.
Ora Vallanzasca è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Voghera (Pavia).

Chi è Vallanzasca oggi rispetto a quello di tanti anni fa? Un uomo vinto, oppure convinto di avere un futuro da uomo libero?
Dubito che ci sia qualcuno che conosca Vallanzasca, se non quelle poche persone che oltre a volermi bene, mi rispettano. La gente conosce il personaggio che, grazie a anche ai mass media, mi sono cucito addosso.
Sarebbe assurdo sostenere che non sono un uomo vinto, sconfitto anche dalle circostanze che mi hanno fatto credere per tanto tempo di essere in guerra con il mondo.
Non sono neppure del tutto convinto di poter avere un futuro.
Me lo auguro, ci spero, ma visto che dopo 35 anni di galera sono ancora molte le persone a pensare che “i tempi non sono maturi”, forse sarà il caso che consideri che i miei debiti con la giustizia siano giudicati – anche a ragione – inestinguibili.
Di certo non mi toglierò la vita per questo.

In un’intervista il suo avvocato, Camillo Rosica, (l’Europeo n. 4, 2005 ndr) disse che lei non ha mai chiesto perdono ai parenti delle sue vittime “per una questione di dignità.
Se lo facesse, se si “pentisse”, tutti penserebbero che si tratta soltanto di una manovra per uscire da prigione”.
E’ d’accordo?
Non crede sia necessario trovare una “formula” che aiuti a mettere una pietra sopra il passato, anche per chi ha sofferto per causa sua?

E’ indiscutibile che io sia stato causa di tanta sofferenza.
Si potrebbe discutere quali siano le mie responsabilità, tra tutte quelle che mi sono state addebitate o di cui mi sono anche autoaccusato.
Ma anche questo è un argomento risibile, che non servirebbe a cambiare l’idea che la gente si è fatta di me.
Molte dichiarazione che avevo reso quando ero un “giovane leone” oggi suonano in alcuni casi – e soprattutto a me stesso – ridicole e addirittura spudorate.
Parlare però di dignità quando si tratterebbe di riconoscere gli errori commessi, mi pare inappropriato.
Inevitabilmente, una mia dichiarazione in tal senso suonerebbe come un tentativo di arruffianamento per ottenere vantaggi, ed io non mi prostituisco nemmeno per uscire di galera.
E poi io considero qualunque “pentimento”, con relativo fardello di rimorsi, una questione talmente intima e personale che nessun, tanto meno la legge, ha diritto di sindacare, esclusi i familiari delle vittime, gli unici ad avere tutti i diritti in tal senso.
Riguardo alla “formula” che aiuti a metterci una pietra sopra, vorrei trovarla, non chiederei di meglio. Anche se mi pare che ci sia chi la pietra sopra non la voglia proprio mettere. In questo senso interpreto la puntata di La storia siamo noi, di Giovanni Minoli, trasmessa qualche mese fa: vi si anticipava una mia intervista che non c’è mai stata e si citava una lettera inviata alla signora Vitali (moglie di una delle vittima attribuite a Vallanzasca, ndr) scritta quasi 30 anni fa e spacciata, per errore o malafede, come attuale, adombrando l’ipotesi che l’avessi spedita sperando in appoggio alla domanda di grazia.
Mi pare superfluo sottolineare che se quella lettera l’avessi scritta ora l’avrei impostata in maniera molto meno arrogante.
Dopo quella prima missiva e poco prima terminare la stesura dei “Fiori del male” (il libro scritto da Vallanzasca con il giornalista Carlo Bonini, ndr) scrissi un’altra lettera ad una delle figlie della signora Gabriella e mi pare ovvio non intendessi rivolgermi all’Alto Ufficiale della Polizia di Stato che essa rappresenta.
Ma a Lucia – credo così si chiami, una bambina che avrei contribuito a rendere orfana e che da poco aveva iniziato ad andare a scuola.
Nessuno l’ha citata.

In questo contesto si inserisce anche l’intervista rilasciata a Pippo Baudo, a Novecento, circa cinque anni fa….

Certo, e proprio dopo quell’episodio ho deciso che sarei stato molto più accorto nel rilasciare dichiarazioni.
Adesso pretendo rispetto reciproco, a garanzia di quello che poi viene riportato.
Le immagini e le parole trasmesse in quell’occasione mi appartenevano, e non dico nemmeno che Pippo Baudo mi ha tirato una sóla (come dicono a Roma), ma dopo aver parlato con lui di mille cose, per quasi due ore, mi sono ritrovato in video una ventina di minuti di intervista taglia-e-cuci che hanno falsato il mio pensiero in alcuni punti cruciali. Soprattutto quando si parlava del “poliziotto che prende l’indennizzo rischio”, quasi volessi giustificare la licenza di uccidere!

Mi venne chiesto se tutti gli omicidi hanno o stesso peso da sopportare ed io ho risposto che un omicidio è sempre tale, quindi un crimine efferato e imperdonabile, ma ci sono morti ammazzati che nella mia etica professionale pesavano e pesano più di altri.
Un conto è dover rispondere a se stessi dell’assassinio di un poliziotto con il quale non si è potuto evitare un conflitto a fuoco, (voglio sottolineare, anche se la cosa non mi assolve da nessun crimine, che io non ho mai sparato per primo, e non ho mai nemmeno sparato alle spalle), un altro è sapere che qualcuno, del tutto estraneo alle nostre “discussioni”, ci è andato di mezzo perché un colpo (mio o di un tutore dell’Ordine non importa) ha finito per colpire un poveraccio che si trovava nel posto sbagliato.
La frase infelice (quella sull’indennizzo-rischio) c’era, ma è stata estrapolata da un discorso che durava dieci minuti e ridotto ad una sola battuta.
Devo ammettere che “sentirmi parlare” in quel modo è stato un cazzotto nello stomaco: stentavo a credere di averlo detto.
Il resto, purtroppo, non l’ha sentito nessuno perché è semplicemente sparito.
Volevo dire qualche cosa che mi facesse conoscere meglio, sono riuscito a riprodurre lo stereotipo del criminale, tra l’altro con la mia collaborazione.
Davvero geniale, ma non ci casco più!

Ho l’impressione che tutta la storia di Renato Vallanzasca sia stata scritta. Intende fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri?

Non capisco a quali “aspetti oscuri” si riferisca.
Credo di essere uno che ha molto sbagliato ma, gli venga concesso, anche molto pagato.
Non so se lo sia stato a sufficienza, ma non si può dire che l’ho fatta franca!
Per essere più chiari, non credo di avere scheletri nell’armadio.
La cosa che più desidererei è riuscire a mettere i piedi fuori e, con il tempo, anche a farmi dimenticare, ma non ritengo fantascientifico, un domani, se me ne venisse offerta la possibilità, di sottopormi al più serrato dei confronti con chiunque (cosa che del resto finora non ho mai evitato), a partire da chi mi è sempre stato ostile.
Ora no, le mie eventuali “belle parole” sarebbero interpretate come discorsi fatti per convenienza.

Sull’omicidio di Massimo Loi sono state date molte versioni, che la vedono coinvolta a diverso titolo. La sua testimonianza?
A Massimo ho voluto veramente bene.
Considero quell’episodio il fatto più indegno di cui sia mai stato accusato, anche perchè ero molto legato alla sua famiglia, in particolar modo alla mamma e alle sorelle.
Non intendo scendere in particolari per il rispetto che ho per loro; semmai sarà a loro che dovrò fornire giustificazioni. Sono stato condannato solo perché ho detto che la rivolta a cui ero presente (nel carcere di Novara, ndr) ha provocato la morte di due ragazzi e io me ne assumevo la responsabilità, ma che non accettavo che il mio nome fosse infangato con la decapitazione di uno (Loi, ndr) e con lo sfregio perpetuo nei confronti dell’altro.
Ero un delinquente, non un macellaio.
Qualche anno dopo uno dei partecipanti alla rivolta scrisse un libro spiegando, tra l’altro, come si svolsero i fatti.
Ma da quelle memorie, che per altre rivelazioni hanno dato via ad indagini e processi (risultando così attendibili), non è stato preso in considerazione quel episodio: l’autore, di fatto, mi scagionava.
Ringrazio l’Europeo di darmi ora la possibilità di correggere la didascalia -sbagliata – a fronte del corretto servizio che mi riguardava.
“Vallanzasca fu processato a Novara nel 1981, per un atto di rara efferatezza: giocò a pallone con la testa di un detenuto, che aveva decapitato”.
Smentisco assolutamente: la mia affermazione è sancita da una sentenza passata in giudicato.

In alcune biografie lei esclude di aver usato droga, altrove si afferma il contrario.
Non ho mai nascosto di essermi fatto qualche pippotto di coca.
Capitava di essere in compagnia di un amico e qualche donzella che non disdegnavano la polverina, e in quelle occasioni non mi sono tirato indietro.
Ebbene sì, Vallanzasca confessa: molto sporadicamente ho sniffato cocaina!
Sottolineo sporadicamente: in tutta la mia vita avrò pippato si e no una quindicina di grammi di quello schifo.
Pur non essendo convinto che spetti ad uno come me – capace di bruciare la sua esistenza nel crimine – prendere le distanze da un fenomeno che inquina parte della società, penso di essere andato oltre: ho dichiarato più di una volta che non sopportavo in alcun modo di essere accomunato a quelli che ho sempre definito “i magnaccia del nuovo millennio”.
Sono dichiarazioni che non mi hanno certo arrecato popolarità nel mondo degli spacciatori, anche qui dentro.
Ma tant’è: io sono io, nel tanto male e nel poco bene che ho fatto in tutta la mia esistenza, e le parole dette non le rinnego.

Nei “200 giorni” con la sua banda, siete riusciti a portare a termine una settantina di rapine. Avvenivano dopo uno studio a tavolino o erano azioni estemporanee?
Azioni estemporanee, decise su due piedi no, anche perché così non sarei mai stato un professionista, ma solo uno dei tanti che spara al gioielliere per paura o per la rabbia di non riuscire ad aprire una cassaforte a testate… ma anche se per la maggior parte mi hanno impegnato in prima persona – magari solo per qualche ora o giorno, ma a volte anche mesi – ci sono state anche azioni abbastanza improvvisate.
Però ai “miei tempi” le banche erano quello che erano, e una volta capitò che per poter padroneggiare la situazione si doveva solo evitare di fare un colpo nei pressi di un commissariato di polizia.

Il suo rapporto – agnostico – con la politica è stato trattato. Quello con la religione, no. Eppure, per resistere tanto da non-libero, forse bisogna avere fede.

E’ capitato che abbia discusso di politica con qualcuno di estrema destra, ma mi contrapponevo come il più agguerrito dei Che Guevara; il comportamento esattamente contrario lo tenevo con un “compagno”: in quel caso diventavo una sorta di Pinochet, o quasi.
Alla fine dei conti penso di essere stato un camerata di rispetto per i “rossi”, e un compagno affidabile per i “neri”. Ritengo di aver potuto annoverare veri amici, sia da una parte, sia dall’altra.
La religione, invece, non fa per me.
Penso di essere uno dei pochi, e non solo tra i detenuti, che si è letto per ben 5 volte la Bibbia.
Con la convinzione che non sia servito a nulla.
Sono partito per questo “viaggio intellettuale” molto scettico, e alla fine mi sono convinto di essere del tutto ateo.
Però alcune delle persone che più stimo, rispetto e mi onoro di considerare miei amici, sono proprio de sacerdoti. Rappresentano un risicata minoranza tra la moltitudine di preti che ci sono in circolazione, ma li considero molto vicini a me.

Rispetto a 40 anni fa, come sono cambiate le carceri?

E’ cambiata la società, la vita è cambiata!
Ed è cambiato anche il carcere, un microcosmo peggiorativo della società reale.
C’è più benessere, la fame non è più un problema, quindi c’è più vivibilità.
In compenso, la solidarietà, che una volta era la prerogativa per la sopravvivenza, è ormai merce rara.
Si è molto più soli.
Nè più nè meno, mi par di capire, di quel che accade oltre le sbarre.

Non riesco ad immaginare come si possa resistere tanto tempo in una prigione, senza nemmeno più tentare di scappare…

Non se ne faccia una colpa, non è mancanza di fantasia… riesce difficile anche a me pensare che le prime volte che ho bazzicato le patrie galere avevo ancora i pantaloni corti e che è passato quasi mezzo secolo!
Prima era meno dura perché passavo tutto il tempo a cercare di evadere.
La galera la stavo scontando; ma i miei impegni à la Papillon erano così concatenati uno all’altro che passavano gli anni. Da quando però ho riposto questa idea quasi ossessiva, le mie giornate, per assurdo, sono diventate più corte.
Troppo brevi: la vorrei non di 24, di 48, la di 72 ore.
Può sembrare il colmo che lo dica un uomo sulla cui cartella è scritto “fine pena: mai”, e forse è vero, ma 9 giorni su 10 rimpiango di non aver portato a termine quello che mi ero prefissato.
Scappare?
Basta, è tutta la vita che scappo!
Forse più da me stesso che dagli altri.
E per andare dove?
Forse, gli anni che passano, incidono.
Insomma, può darsi che mi sia un po’ rincoglionito, ma sono arrivato, da un decennio, a dire basta, soprattutto per dimostrare a me stesso che sarei stato una persona valida senza dover incorrere alla pistola. Spera mi venga data l’opportunità di dimostrarlo.

Come è classificato per gli organi di giustizia?

Sono soggetto a E.I.V., “Elevato Indice di Vigilanza”, una sigla alla quale; nel tempo, hanno sottratto la “C” che stava per “Cautelativa”.
E’ un regime di detenzione fra gli A.S. (“Alta sorveglianza”) e il 41 bis, il trattamento più restrittivo.
Noi siamo degli A.S. particolari, dipendenti dal D.A.P. (Dipartimento di Amministrazione penitenziaria) che, in base a criteri che non ho ancora ben capito, può declassificare o meno un detenuto.
Per rendere meglio l’idea, in un’ipotetica scala di pericolosità sociale, un detenuto comune è un primo “gradino”, quella A.S. sul secondo, un E.I.V. sul terzo, chi è sottoposto al 41 bis al quarto, il più alto.
Non posso certo essere io a stabilire la mia fascia di collocamento, ma se in un tempo molto andato non mi sarei potuto lamentare di un quinto gradino (che nemmeno è compreso), ora penso che avrei potuto scendere qualcuno di questi gradini.
Mi riesce anche difficile concepire come ogni detenuto – da quello comune a quello compreso nel 41 bis – abbia un interlocutore (il giudice di sorveglianza) che in base al suo comportamento e ad un parametro di sussistente pericolosità può esprimere una valutazione che ne faccia mutare lo stato, mentre chi è “marchiato” (come me) dal E.I.V. può restare in questa condizione all’infinito, senza poter ricorrere ad un qualsiasi tipo d’appello, visto che il nostro giudice unico resta sempre il D.A.P., struttura che non segue le indicazioni della direzione del carcere.
Se così fosse, io sarei stato declassificato da almeno 4 anni, visto che le relazioni di almeno 3 direzioni (ed altrettante équipe) sono risultate positive, tanto da richiedere ben tre declassificazioni.
Mi chiedo come sia stato possibile che nessuno abbia ritenuto di rispondere, anche no, almeno a chi questo provvedimento lo aveva richiesto, cioè la stessa direzione del carcere. L’unica risposta che ho avuto è che qualcuno, in alto, mi rema contro.
Non posso che aspettare.

Il suo avvocato disse che avrebbe consigliato di muoversi in modo diverso. Magari chiedendo prima la libertà anticipata, poi la semilibertà e solo alla fine di questo iter anche la grazia
E’ vero.
Camillo mi aveva consigliato altre vie per riavere uno squarcio di libertà.
Ma non ci si vedeva più da anni e, soprattutto, sono consigli arrivati dopo che avevo presentato la domanda di grazia al Capo dello Stato.
In realtà è una falsa risposta perché, se è vero che Vallanzasca ha sotterrato l’ascia di guerra da almeno dieci anni, è altrettanto vero che mi sono sentito fare a più riprese promesse e prese d’impegno da parte di funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria e di politicanti (più o meno importanti) senza aver fatto alcun tipo di richiesta.
Ma dopo anni e anni di prese per i fondelli mi sono arreso all’evidenza che il rischio di non vivermi gli ultimi anni della mia adorata mamma era altissimo, e ho quindi deciso di presentarmi a colui che per rilievo istituzionale, ma anche come persona, mi permetteva di coltivare ancora qualche speranza.
E che, comunque, non avrebbe preso in giro me né (ancor di più) mia mamma.
Può darsi che abbia fatto i conti senza l’oste, ma quando dopo 35 anni di galera ci si trova ancora in E.I.V. qualcosa che mi desse la possibilità di uscire da questo cul-de-sac dovevo pur trovarla…
Non so a che punto sia la domanda di grazia; l’iter, già tutt’altro che celere, ha subito un ulteriore ritardo a causa del quesito posto alla Consulta da parte del presidente Ciampi riguardo alla liceità da parte del Guardasigilli di poter vagliare e poi avallare una proposta del genere.
Ho sentito dire che se ne parlerà nei prossimi mesi.
Come dicono a Milano, sperem

Dopo la visita a sua madre, la primavera scorsa, s’immaginava ci sarebbero stati altri “segnali di distensione” nei suoi confronti. Invece su di lei sembra calato di nuovo il silenzio.

Quel che più mi spiace che ancora adesso la mia amata vecchietta non passa telefonata che non mi chieda: “Quando vieni a trovarmi?”.
Avendo io un umore ballerino ci sono volte in cui i termini del nostro colloquio sono un po’ più bui di altri, e allora…
Lei mi dice anche: “Dài, muoviti a venire, che il mio orologio corre veloce, ormai sono alla fine!”.
Sono arrivato al punto di aver maledetto di essere andato a trovarla, perché lei si è illusa che la cosa potesse diventare un’abitudine.
Sarebbe stato meglio che non me l’avessero concesso.
Non si è fatto in tempo a dire che su di me era calato il silenzio che ci hanno pensato Minoli e Rai 3 a risolvere la questione…
Sarebbe meglio che per un po’ non si parlasse di Vallanzasca, anche se non ne sono sicuro. In ogni caso non ho idea di quale sia la situazione: c’è da sperare che lo sappia qualcun altro.
Qui (a Voghera, ndr) sembra sempre che io debba partire da un momento all’altro, ma è così da almeno 5 anni.

Si dice che, in caso, lei sia pronto al lavoro esterno.

E’ meglio chiedermi se la società sia pronta a concedermi un beneficio, e a questo non so francamente rispondere.
Sono il primo a rendermi conto di dovermi scontrare con il problema dell’emergenza, che nel nostro Bel Paese è una costante.
Da quando sono comparse sulla scena le Brigate Rosse si è passati da un’emergenza all’altra.
Credo che renda: al politico che legifera come a quello che può contestarlo; a chi sull’emergenza campa e fa carriera; ai mass media che sull’argomento possono versare fiumi d’inchiostro… mi fermo qui perché l’elenco sarebbe più lungo. Ben lungi da me sottovalutare i problemi, mi limito a dire che l’emergenza, reale o no, è un business.
In questo contesto anche ora d’emergenza, mi pare avventato dire che debba meritarmi una chance.
Al massimo, da “vecchio saggio” quale sono diventato, mi limito ad aspettare che qualcuno voglia concedermela.
Se non dovesse succedere, pazienza: sono diventato colui che viene identificato come il male tout court, e di questo la responsabilità è solo mia.

Cito sempre il suo avvocato: “Renato di sé amava dire, ormai tanto tempo fa: “sono nato bandito, e questo so fare”.
Ma se avesse deciso d’essere manager o ingegnere, giornalista o avvocato sono certo sarebbe stato un uomo di successo “.
Allora, cosa sarebbe stato Vallanzasca non bandito?
E quale potrà essere la sua professione una volta uscito dal carcere?
Non ricordo di aver mai compiuto voli pindarici, neppure da bambino, dovrei mettermi a farli in età matura, a 55 anni?
Non ho nessun dubbio rispetto a quello che ha detto l’amico e avvocato Rosica: oltre che un uomo di successo, io sarei stato forse anche un ottimo cittadino.
Ma la vita non è la pellicola di un film che si può riavvolgere così da poter piazzare dettagli ad hoc, quindi…
Però, se mi fosse concessa una seconda chance, mi piacerebbe occuparmi di computer e informatica, visto che per passione – ormai da anni, anche se da autodidatta – mi cimento con svariati programmi e ho buoni risultati.
Anzi direi che con il pc sono bravino…

E’ preparato all’impatto con il mondo esterno?
Ma… è talmente tanto tempo che mi aspetto di tornare a vivere che il problema non si pone.
Ma poi, che ne so?
L’unico precedente è quello che ho visto e provato all’impatto con la libertà, nell’ormai lontano 1987…
Anche se almeno due condizioni sarebbero assai differenti: anzitutto non uscirei da un oblò (quindi non sarei latitante), poi ho quasi 4 lustri in più di vita.
So che ce la fare a reggere l’urto.
Tra gli uomini e tutto il virtuale che potrei incontrare, non c’è dubbio che a spaventarmi di più sarebbero i primi.
Il virtuale non potrebbe sconvolgermi, anche perché – oltre ad aver accumulato un bel po’ di familiarità con il computer anche senza aver mai viaggiato in Internet – ho chiara l’idea di cosa sia un motore di ricerca.
Per resistere 35 anni in galera senza aver mai pensato al suicidio, il tuo bel virtuale – per non impazzire – te lo sei costruito per forza.
Per quel che riguarda la gente: che sarà mai?
Per quanti alieni possa incontrare, non saranno più sconcertanti di tanti “marziani” che incontro da mattina a sera in questo nevrocomio!

Lei è un tifoso rossonero. Come giudica il Milan? E l’Inter?
Non sono un tifoso.
Sono innamorato del bel calcio.
Ho avuto un debole per il Milan fin da piccolissimo.
Come ho visto il ventennio del Milan?
Un periodo straordinariamente vincente!
Anche se si potrebbe recriminare qualcosa (problemi d’abbondanza…), va bene così.
Dirò che, se proprio non deve vincere il Milan (a testimonianza della mia atipicità)… vorrei che fosse l’Inter.
Non sono, invece, altrettanto generoso con la Juventus: grande squadra, ma mi sta sulle balle.
Non è così nelle coppe: lì, per ogni squadra, divento italianissimo.
Berlusconi potranno anche discuterlo come politico, ma come presidente di una squadra di calcio lo vorrebbero tutti i tifosi perché, oltre ai soldi, ha dimostrato di essere innovatore e vincente.
Ho maledetto il momento che è entrato in politica perché ero certo che il Milan avrebbe vinto meno.
Mi sbagliavo.
I suoi meriti sono indiscutibili: grande organizzatore aziendale, grande staff e grandi attori in campo, allenatore e giocatori. Fra tutti, un plauso particolare a quello schizzato di Arrigo Sacchi: nessuno come lui ha saputo ridicolizzare gli inglesi a casa loro e il grande Real.
Capello è un vincente nato ma, con tutto il rispetto, l’Arrigo è tutt’altra cosa; poi penso che i cugini neroazzurri, oltre ad essere i tifosi più sfigati e masochisti dell’universo pallonaro, sono simpatici e geniali.
Valga l’esempio del grande avvocato Prisco.
Ci attaccava sempre, ma aveva una classe e una simpatia fuori dal comune.
Quando i neroazzurri vinceranno qualche cosa di importante (scudetto o Champion) festeggerò con loro.

Qual è il meglio e il peggio che le capita di vedere in tv?
Il peggio sono i reality.
E’ vero che per dare un giudizio definitivo bisognerebbe guardare una puntata intera, e mi sforzerei di farlo solo se mi promettessero di scarcerarmi.
Dopo Chi l’ha visto? pensavo che si fosse toccato il fondo, ma con i reailty ho dovuto ricredermi.
Sino ad una decina d’anni fa mi vantavo di aver visto pochissima televisione, nonostante le alternative galeotte non siano mai state molte.
In passato leggevo parecchio; per i primi 4 o 5 anni l’isolamento era totale (Ariano Irpino, Foggia, Torino); si andava avanti senza colloqui né corrispondenza (era proibito anche possedere qualche cosa per scrivere), tanto meno si potevano avere radio, TV e giornali; si godeva di un’ora sola d’aria alla settimana.
In quel periodo leggevo 20 ore al giorno, roba da sciropparsi un tomo di 800 pagine, come Un uomo della Fallaci, in meno di due giorni.
Tornato, per così dire, alla normalità, mi è rimasta una tale nausea per la lettura che manco ho riletto il mio libro.
Adesso di TV me ne sorbisco parecchia.
La sera è accesa fino a notte inoltrata, visto che non dormo mai più di 3 o 4 ore.
E rimane fissa su qualche canale musicale, perché la radio non si prende bene.
Scrivo, leggo o riordino le mie cose, e il suo rumore resta in sottofondo.
Guardo parecchie partite (anche di campionati esteri), qualche film e concerto e, se proprio sono costretto, programmi come La storia siamo noi.

Non ha mai pensato che la sua storia potrebbe diventare un fiction tv, e magari lei esserne uno degli sceneggiatori?
No, non ho mai pensato a una fiction tv, ma qualcuno ha pensato ad un film, non commerciale.
Dei soldi, a me non interessa granché, e non perchè ne abbia ma perché al dio-denaro non ho mai dato importanza.
Il progetto ha incontrato qualche difficoltà perché non sono molti quelli disposti a rischiare sul mio nome.
Ma me ne frego: Claudio (Claudio Bonivento, produttore e regista che ha proposto un soggetto su Vallanzasca a Rai e Mediaset, ottenendo finora due rifiuti, ndr) ed io ci riusciremo.

La giornata tipo di Vallanzasca?
Può sembrare che non potrebbe esserci nulla di più noioso della giornata di un ergastolano, ma devo dire che non ho passato molti momenti di noia.
Ho sempre avuto giornate abbastanza movimentate. Attualmente non è che di movimento ce ne sia molto, ma sono sempre molto impegnato.
Ho in piedi un paio di libri: scrivere mi piace e mi riesce discretamente bene.
Si tratta di un romanzo che mi intriga e un altro scritto a 4 mani con una carissima amica che per ora non è il caso di nominare: è conosciuta e non ama troppo la pubblicità.
Senza contare che lavoro parecchio con Photoshop e altri programmi, e che un po’ di tempo lo devo dedicare alla corrispondenza con le persone che mi stanno vicino.

Una volta fuori, prevede un giro dalle sue parti, alla Comasina?
Non ci ho mai pensato, non lo so.
Non è che mi piaccia vivere di ricordi.
Credo che finirei per passare da certi posti che mi hanno visto prima bambino e poi ragazzo, ma non credo che ci andrei di proposito.
E questo vale anche per gli amici da salutare: dovendone incontrare qualcuno sarei felice, ma non penso che andrei a trovarlo apposta.
Perché farlo? Per parlare dei “bei tempi”, che belli non sono stati, visti i risultati luttuosi?
Non disconoscerò mai nessuno perché non è il mio costume, ma alla stessa stregua so che anche tra noi della banda non avremmo voglia di ricordare.

Sempre presupponendo la libertà, ha mai pensato di andarsene dall’Italia per sempre? Se sì, dove?
Non credo proprio.
Al massimo mi piacerebbe un viaggio, magari in Messico o in India.
Ero in procinto di andarmene quasi trent’anni fa, e se non me sono convinto allora – quando sarebbe stato quantomeno intelligente farlo – non succederà adesso.
Dopo tutta ‘sta galera, mi sembrerebbe ancora di scappare, di essere latitante all’estero.
Oggi sentirei troppo la mancanza dell’Italia.
Ho troppo da recuperare qui.
Di oziare anche in giro per il mondo, avrò tempo da vecchio.

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One Response to Vallanzasca Renato-Intervista del 2006

  1. Rosita says:

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